Mafia nigeriana: un fenomeno con radici profonde

«È una minaccia globale, nel 2019 forte crescita dei segnalati per associazione mafiosa». Questo il quadro che si trae dall’ultimo report del Servizio analisi criminale del Viminale. L’ufficio diretto da Stefano Delfini, che fa parte della Direzione centrale della Polizia criminale, guidata dal Pref. Vittorio Rizzi, mette quindi in guardia nei confronti di un’organizzazione «con solide basi nel Paese di origine da dove, attraverso diverse propaggini opera su scala internazionale in vari continenti e in diverse nazioni tanto da dover essere considerata una seria minaccia a livello globale». Fabrizio Lotito è commissario della Polizia Locale di Torino e fondatore dell’unica Squadra Anti Tratta in Italia. La SAT ha condotto una delle più importanti indagini contro la mafia nigeriana con l’operazione “Athenaeum” sotto la guida del magistrato Stefano Castellani, 44 arresti e condanne per associazione mafiosa, e disarticolato un nuovo gruppo sconosciuto a tutti: i famigerati Maphite. Un’operazione che, partita da una denuncia di una ragazza nigeriana, è arrivata fino ai vertici internazionali di uno dei gruppi più potenti della mafia nigeriana e ha portato alla scoperta della Bibbia Verde, il testo sacro della stessa mafia nigeriana. Attualmente, il commissario Lotito è consulente di diverse organizzazioni internazionali per il contrasto della tratta di esseri umani e consulente del comitato Mafie Straniere della Commissione parlamentare Antimafia.     

Nella recente apertura dell’anno giudiziario, ha avuto molto spazio la questione della mafia nigeriana. Come succede ogni volta, questo tema crea apprensione ma anche un forte accento mediatico; la domanda essenziale in questo caso è: di quanti anni siamo in ritardo nella comprensione del fenomeno e a cosa si deve questo ritardo, se esiste?

Di criminalità nigeriana se ne era già sentito parlare verso la fine degli anni Novanta (fortunatamente già da tempo abbiamo imparato a conoscerla e a contrastarla). Il fenomeno è emerso definitivamente nei primi anni del 2000 con la conclusione di importanti indagini che hanno comprovato definitivamente l’esistenza di organizzazioni criminali ben strutturate, ovvero secret cult o confraternite che nel loro insieme rappresentano per l’appunto la cosiddetta “Mafia Nigeriana”: organizzazioni di comprovato stampo mafioso. Queste nuove organizzazioni mafiose nell’arco degli ultimi decenni, hanno dimostrato di saper gestire autonomamente lo spaccio di sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione grazie a una notevole e mutevole forza pervasiva sul nostro territorio nazionale e ad una profonda rete di contatti transnazionali che la rendono anche una mafia di dimensioni globali, certamente non un fenomeno locale.

Quali sono i tratti, secondo il suo punto di vista, che vengono maggiormente sottovalutati o addirittura che vengono ignorati; come affrontare con serietà questo fenomeno mafioso?

La mafia nigeriana, negli ultimi anni, non è stata assolutamente sottovalutata, e questo lo dimostrano le molteplici indagini incardinate in varie Procure d’Italia. Purtroppo, il fenomeno è sicuramente di secondo piano rispetto le nostre mafie autoctone, ma negli anni a venire, se non si interviene in modo capillare ed efficace, è un problema destinato ad aumentare in modo esponenziale con il concreto rischio di feroci conflitti con le nostre mafie. Quindi siamo sempre di fronte a una profonda dualità: da una parte, magistratura e Forze dell’ordine che conoscono perfettamente la realtà e le sue mutazioni e dall’altra parte, si nota una scarsa attenzione da parte dell’opinione pubblica, e non solo, a determinati fenomeni criminali, se non in occasioni di importanti indagini che portano a un profluvio di opinioni senza molta attenzione sull’analisi del fenomeno stesso, con grandi titoli ad effetto che lasciano il tempo che trovano.

C’è una forte confusione, anche a livello mediatico, che vuole vedere qualsiasi criminale di provenienza africana come un mafioso. Che cosa ci sta di sbagliato in questa narrazione: significa che se vedo uno spacciatore bianco è sicuramente un camorrista o ‘ndranghetista?

La sensazione di pericolo percepita da parte della cittadinanza, porta sicuramente a generalizzare il fenomeno. Purtroppo, le nostre periferie sono “occupate” da un altissimo numero di immigrati, gran parte di questi irregolari; immigrati che delinquono e si scontrano tra loro. Tutto questo crea sicuramente una forte insicurezza e paura da parte della cittadinanza, tale da non valutare o non voler vedere la differenza tra il bene e il male, ovvero tra chi delinque e chi no. E queste generalizzazioni sono pericolose. Il tessuto sano, onesto dei migranti è fondamentale per la nostra società. Inoltre, nella mia personale esperienza, le indagini più importanti sono partite proprio dalle denunce di immigrati onesti che cercano di costruirsi un futuro migliore qui in Italia. Ecco che allora il voler vedere in ogni criminale di colore un mafioso è un clamoroso errore di percezione e di distorsione della realtà, così come quando si ignora la pervasiva infiltrazione delle nostre mafie autoctone nell’economia legale. Ecco, questa penetrazione nell’economia legale è un aspetto che la mafia nigeriana non può neanche immaginare di fare, eppure le nostre mafie italiane distruggono l’economia di interi territori in un silenzio assordante.

Anche in questo campo, dunque, l’Italia è all’avanguardia nell’affrontare un nuovo fenomeno criminale; di che cosa abbiamo realmente necessità per contrastare il fenomeno criminale sia a livello italiano che a livello europeo?

Per contrastare efficacemente il fenomeno si dovrebbe investire di più nella formazione delle Forze dell’ordine, comprese e soprattutto le Polizie Locali (almeno quelle dei capoluoghi di provincia) che rappresentano un valore aggiunto sul territorio. Formare gruppi altamente specializzati in grado di capire le dinamiche delle organizzazioni criminali su cui si investiga; organizzazioni criminali mutevoli e fluide, condividendo nel minor tempo possibile tutte le informazioni in loro possesso. Gruppi specializzati come la Squadra Anti Tratta della procura di Torino che da ormai un decennio si occupa di criminalità straniera. Sono convinto che questo modello di polizia possa essere fondamentale nella lotta alle nuove mafie, in sinergia con le altre Forze di polizia e liberando al contempo anche Forze sul campo. Ogni gruppo di Polizia Locale, se formato e dotato di strumenti adatti, può essere profondamente incisivo proprio per la capillare conoscenza di un territorio, di una città e delle sue periferie.

Credo che sia assolutamente necessario sottolineare come le prime vittime della mafia nigeriana siano proprio i loro connazionali, e soprattutto le donne sfruttate in strada, e come i bianchi siano complici acquistando droga e sesso; lei che ha visto e studiato il fenomeno direttamente, qual è la condizione di riduzione in schiavitù delle donne nigeriane?

Per quanto riguarda il fenomeno prostituivo nigeriano, è assolutamente giusto affermare che le donne sfruttate sono le prime vittime delle organizzazioni criminali nigeriane. Si può affermare con assoluta certezza che le ragazze sfruttate sono, di fatto, vittime due volte. La prima volta, vittime della madame, mentre la seconda volta, vittime dei clienti. Queste giovani ragazze, reclutate in Nigeria e fatte giungere in Europa dopo estenuanti e drammatici viaggi attraverso il deserto libico, sono soggette alle violenze più cruenti come stupri, percosse, rapine sia durante il viaggio, sia una volta giunte a destinazione. Obbligate a prostituirsi su strada anche per 14/16 ore al giorno, in qualunque condizione climatica, tutti i giorni dell’anno, sono inoltre costrette a pagare un debito alle loro madame, rappresentando così uno dei business più redditizi del crimine nigeriano. Quindi, quando si vede una giovane donna nigeriana in strada, bisogna aiutarla, bisogna ricordarsi che non può essere vittima, una terza volta, della nostra indifferenza. Sergio Nazaro, L’eurispes

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