Venezia, il Pm: «A Eraclea era mafia Hanno paura di schierarsi»

È un semplice passaggio, due frasi, ma che pronunciate e ripetute dai pubblici ministeri Roberto Terzo e Federica Baccaglini danno la cifra di cosa sia in gioco nel chiuso dell’aula bunker di Mestre, dove ieri è andata in scena la seconda udienza preliminare sulla rete di malavita tessuta a Eraclea e nel Veneto Orientale da Luciano Donadio e dai suoi. «Questo è un processo di mafia a tutti gli effetti – hanno detto i due magistrati della procura distrettuale Antimafia di Venezia – Guardate l’elenco delle parti offese, sono decine. Eppure in pochi si sono costituiti parti civili».
Poi, ancora e più chiaro, se possibile, il ragionamento del pubblico ministero Terzo. Lineare nell’aprire la requisitoria che si chiuderà stamattina con la richiesta di rinvio a giudizio di 75 imputati, 37 dei quali accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso. «Durante le indagini c’era un clima omertoso da parte di quelle che poi si sono rivelate essere le vittime – ha detto Terzo all’inizio della propria requisitoria, nel pomeriggio di ieri – Con gli arresti qualcosa è cambiato, ma si è cercato di sminuire alcuni episodi. E non tutti si sono costituiti parte civile».
Uno solo, su cinquanta.
Omertà, paura, tentativi di ridurre l’entità di quanto vissuto o, meglio, subìto. Ingredienti di quel sillogismo che ha fatto dire ieri in aula che sì, quello a Luciano Donadio e compagni, «è un processo di mafia». Una cosca che, per il pm Terzo, era «un fenomeno mafioso autonomo», nato sì investendo in Veneto i soldi dei Casalesi, ma con il passare del tempo in grado di vivere e reggersi in piedi da solo, senza il continuo rimando alla casa madre.
L’UDIENZA
Prima della requisitoria dell’accusa – oggi si continuerà con le parti civili mentre settimana prossima inizieranno le difese – il giudice dell’udienza preliminare Andrea Battistuzzi ha respinto tutte le eccezioni presentate dalle difese ammettendo così come parti civili (oltre al Ministero degli Interni; la Presidenza del Consiglio dei Ministri; Fabio Gaiatto, il trader di Portrogruaro già condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione a Pordenone per una maxi truffa ai danni di decine di risparmiatori e vittima di una serie di estorsioni dal clan Donadio) anche l’associazione Libera di don Ciotti (per i reati di mafia o con l’aggravante mafiosa) e la Cgil (avvocato Azzarini) ma solo per i reati di associazione mafiosa nei quali c’è intermediazione della manodopera e interposizione negli appalti. Ammessi come convitati di pietra la Regione Veneto (avvocato Fabio Pinelli) e la Cisl (avvocato Elio Zaffalon) in attesa entrambi di costituirsi parte civile nella prima udienza dibattimentale.
Respinta la richiesta della difesa del boss Luciano Donadio (avvocati Renato Alberini e Giovanni Gentilini) di assistere – almeno in questa fase – all’udienza in videoconferenza dal carcere di Nuoro. Com’è stata rimandata al mittente l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa di Claudio Casella per portare a Trieste le estorsioni ai danni del broker Gaiatto: trattandosi di reato connesso a quelli di mafia contestati a Venezia, il gup Battistuzzi l’ha tenuto a Venezia.
I RITI ALTERNATIVI
L’udienza di ieri è servita anche per dare una prima indicazione sulla scelta dei riti alternativi. Due i patteggiamenti incardinati: 1 anno e 4 mesi per la sandonatese Tatiana Battaiotto (favoreggiamento, difesa dall’avvocato Mauro Serpico) e due anni per il padovano Giorgio Minelle (estorsione, avvocato Ferdinando Bonon). In undici hanno confermato l’intenzione di venire giudicati in abbreviato mentre una quindicina di imputati non hanno ancora scelto la strategia processuale. Unica posizione a non essere presente in aula, quella di Mirco Mestre, ex sindaco di Eraclea, arrestato (ora libero) per voto di scambio politico-mafioso con Donadio.
Nicola Munaro, Il Gazzettino.it

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