Torino, il boss della ‘ndrangheta esce dal carcere, con «liberazione anticipata»

Ad Adolfo Crea, uno dei capi dell’organizzazione in città, era stata riconosciuta la «continuazione» di reati

Saldato il conto con la legge, dopo aver incassato il beneficio della «liberazione anticipata», Adolfo Crea, 49 anni, ritenuto uno dei capi della ‘ndrangheta a Torino, è uscito sabato (15 maggio) di buon mattino dal carcere di Parma, dov’era detenuto in regime di articolo 41 bis (dell’ordinamento penitenziario), il carcere duro. Il giorno del fine pena è arrivato una volta stabilito lo sconto della «liberazione anticipata» — 45 giorni ogni semestre passato in prigione — calcolato dal magistrato di sorveglianza di ognuno dei penitenziari dove era stato richiuso. Senza beneficio, sarebbe stato liberato nell’agosto del 2023. Sui tempi di detenzione aveva già inciso la corte d’Appello di Torino che a settembre 2020 — dopo il rinvio della Cassazione — aveva riconosciuto il vincolo della continuazione, quella che si porta dietro il cumulo giuridico e, quindi, la limitazione del totale della pena da irrogare.

Battaglia giudiziaria fino all’Appello bis

Accogliendo la tesi difensiva degli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Alessandro Bavaro, i giudici della terza sezione penale avevano dunque riconosciuto la continuazione tra le associazioni mafiose delle sentenze «Minotauro» e «Big Bang», in questo caso, nei confronti di Adolfo Crea e del fratello Aldo Cosimo. Ne era venuta fuori una rideterminazione delle condanne: 16 anni e 5 mesi al primo, 18 anni al secondo. Entrambi avevano già scontato circa dieci anni. All’epoca, pronosticando il beneficio della «liberazione anticipata», la difesa calcolava l’uscita dal carcere di Adolfo Crea nei primi mesi del 2021. Non riconosciuta in primo grado, il contrario una prima volta in Appello, la questione della continuazione era arrivata in Cassazione, dove i giudici avevano annullato con rinvio: si sarebbe dovuto rimotivare la decisione. La Procura generale aveva fatto ricorso (cui ha rinunciato invece dopo l’Appello bis), sulla linea di quanto già sostenuto dal pubblico ministero Paolo Toso, che, con la collega Monica Abbatecola, aveva coordinato l’inchiesta del nucleo investigativo dei carabinieri, «Big Bang»: riconoscere la continuazione, e quindi uno sconto di pena, anche di fronte a indagini e associazioni criminali differenti, sarebbe come considerare la mafia una sorta di circolo, con tessera a vita. Per la difesa, invece, la presunta associazione mafiosa, da «Minotauro» a «Big Bang» sarebbe invece stata la medesima, come dimostrerebbero le intercettazioni fatte ad Adolfo Crea nel carcere di Voghera: detto brutalmente, non smise mai di comandare l’0rganizzazione. Le stesse attività di indagine — sempre secondo i difensori — dimostrerebbero come le contestazioni in «Big Bang» fossero una dimostrazione del programma criminoso già presente in «Minotauro», e per lo più concernente i reati di estorsione e gioco d’azzardo. Arrivati in Piemonte dalla Locride, i fratelli Crea avevano rapidamente scalato le gerarchie della malavita, fino a diventare tra i boss più temuti: «Abbiamo Torino in mano», diceva un loro complice all’inizio degli anni Duemila; e «Qui comandiamo noi», confermava un altro. Tant’è che i loro affari illeciti erano spuntati in diverse operazioni, da «Poker» (2003) a «Big Bang», appunto (2016). Massimiliano Nerozzi, Corriere.it

admin

admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *