Torino, Atp Finals, da dove nasce l’interdittiva antimafia: Muttoni, La Rosa e quelle amicizie pericolose mai abbandonate

interesse pubblico di tutela della legalità e di prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa, richiedono l’attivazione della misura straordinaria e temporanea gestione con riferimento alla convenzione in essere tra la Fondazione 20 marzo 2006 e Parcolimpico».

Questa frase, contenuta nel decreto di commissariamento della società che gestisce il Pala Alpitour, sede dei primi appuntamenti degli Atp Finals di tennis, dà la portata dell’interdittiva antimafia firmata nei giorni scorsi dal prefetto di Torino, Claudio Palomba, dopo aver raccolto gli accertamenti condotti nei mesi scorsi da polizia, carabinieri e finanza nell’ambito del tavolo sul controllo degli appalti pubblici. Sotto la lente dell’ex prefetto Giorgio Zanzi, nominato da Palomba amministratore straordinario e garante della trasparenza della kermesse sportiva, finiranno tutti i «beni materiali e immateriali» delle Olimpiadi Invernali 2006, affidati nel 2009 dagli enti pubblici territoriali, riuniti nella Fondazione 20 marzo 2006, al partner privato Parcolimpico srl, in virtù di una concessione trentennale: dunque anche il PalaVela, gli impianti alpini tra cui il bob e il salto.

Ecco il perimetro dell’attività richiesta al commissario straordinario, che si potrà avvalere di altri due collaboratori di alto profilo, per impedire l’infiltrazione della criminalità organizzata nei futuri eventi sportivi, a partire dagli Atp Finals di tennis, in programma a Torino dal prossimo novembre fino al 2025. Evento internazionale che convoglierà fondi pubblici per 78 milioni di euro. Il provvedimento interdittivo del prefetto, però, ha radici profonde e scaturisce dalle vicende societarie e giudiziarie che a partire dal 2011 hanno coinvolto il patron dei concerti Giulio Muttoni e il suo socio Lorenzo La Rosa, manager intraprendente risultato in contatto con affiliati alla ’ndrangheta.La Parcolimpico srl, nata nel 2006, è controllata dalla Get Live 2 di Milano al 90%, mentre il 10% spetta alla Fondazione. In cima a questa catena di società, fino a pochi anni fa, c’era Giulio Muttoni e la sua Set Up, prima che tre precedenti interdittive antimafia emesse dalla prefettura di Milano e una di Torino nel 2018, ne minassero il ruolo. Stando alla normativa antimafia, fondata su indizi e sospetti, Muttoni è stato trascinato in questa spirale di «responsabilità» dall’amico La Rosa, mai indagato per reati di mafia, ma con legami di amicizia con uomini dei clan attivi a Torino, finiti al centro della indagini della Dda. Tutto parte da lì. Come un peccato originale.

Per effetto di questa bufera, più o meno dal 2018 in poi, Muttoni e La Rosa hanno cercato di fuoruscire dai loro circuiti societari, cedendo quote e diritti ad altri soggetti. Stando alle valutazioni recenti degli inquirenti, che hanno fatto una radiografia della cerchia familiare dei due manager e dei loro rapporti economici, sarebbero state solo operazioni di facciata. Muttoni, attraverso la costituzione di nuove società o la cessione di rami d’azienda, ha trasferito lo scettro della sua Set Up, da tempo in liquidazione, al figlio Giuseppe. Così ha fatto anche La Rosa, che ha dismesso incarichi e partecipazioni in aziende di vigilanza e investigazioni, fornitrici di servizi alla Parcolimpico, affidandosi a personaggi fidati.

Stando agli accertamenti della prefettura, i due manager, ritenuti soggetti critici ai fini dell’antimafia, avrebbero creato una complessa tela di relazioni imprenditoriali e personali per rimanere in sella. Da qui l’alto rischio di permeabilità delle organizzazioni mafiose, attratte dal business degli eventi in calendario al Pala Alpitour. E proprio la gestione dei servizi di vigilanza della kermesse ha messo in allarme le autorità. Come ad esempio la recente entrata in scena nei rapporti con la Parcolimpico della società M.R. Security, amministrata da Matteo Resio, uomo di fiducia di La Rosa.

Il passato non si cancella. Lo scorso anno, Muttoni ha fatto ricorso al Tar per chiedere l’annullamento della interdittiva del 2018 della prefettura di Torino, ancorata alle inchieste del 2011. Il Tar ha respinto, affermando che «la risalenza nel tempo della vicenda ha una valenza neutra, che non smentisce la persistenza di legami, vincoli e sodalizi e che non dimostra affatto l’avvenuta interruzione degli stessi». Massimiliano Peggio, La Stampa

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