Sulle rive del Po, tre storie di oggi e di Grimilde 3

Le motivazioni della sentenza del processo Grimilde, depositate dal giudice bolognese Sandro Pecorella il 22 febbraio scorso, aprono la terza puntata del nostro viaggio tra passato e presente sulle rive del Po. Anzi, sulla riva destra dell’Enza, che dopo la discesa dagli Appennini termina il suo tortuoso viaggio in Comune di Brescello, attaccandosi alla sponda del principale fiume italiano.
Dice Pecorella che tra il 2004 e il 2013, a riprova del rischio di condizionamento mafioso nelle scelte della Pubblica Amministrazione, “ci sarebbero gli affidamenti di lavori da parte dell’Amministrazione Comunale ad imprese che in seguito sarebbero state interdette o addirittura confiscate”.
La sentenza cita in particolare la New Project snc dei fratelli Devid e Linda Sassi e la Eurogrande Costruzioni srl della famiglia di Francesco Grande Aracri. Devid Sassi è stato condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere nel rito abbreviato, con due anni successivi di libertà vigilata in quanto ritenuto socialmente pericoloso. Francesco Grande Aracri è attualmente a processo nel dibattimento di Reggio Emilia.
Alla New Project fu rigettata nel novembre 2013 dal prefetto Antonella De Miro la domanda di iscrizione alla White List per i lavori post terremoto, una volta “accertata la sussistenza di possibili tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della impresa”.
Scriveva la Gazzetta di Reggio in un articolo pubblicato il 31 dicembre 2017: “Solo qualche giorno prima (del “no” alla white list) il Comune di Brescello saldò nei confronti della New Project snc una liquidazione di 33.330 euro per i lavori sul pedonale dell’argine maestro del torrente Enza da Lentigione a Sorbolo Levante. È la ciclabile su cui ha sollevato interrogativi il presidente del comitato di coordinamento regionale della protezione civile Volmer Bonini” che imputa all’utilizzo di “materiale inerte assolutamente non idoneo” la rottura dell’argine che provocò l’allagamento di Lentigione nella notte del 12 dicembre 2017.
Nello stesso articolo vengono forniti altri elementi importanti contenuti nel rigetto dell’istanza della De Miro, che otto anni dopo ritornano con forza nella sentenza e nelle condanne di Grimilde. Scriveva Evaristo Sparvieri: “I lavori della pista, stimati in 108mila euro, erano partiti il 4 agosto 2008, affidati dall’Ufficio associato appalti di Guastalla con una procedura negoziata alla quale furono invitate cinque aziende. Una gara che la New Project di Bibbiano si aggiudicò con un ribasso del 10%, per una cifra pari a 81mila euro. Secondo quanto si legge nel documento della De Miro, gli allora proprietari e soci, Linda e Devid Sassi, erano stati proprietari di quote e amministratori anche della C Project srl, gravata da procedura di fallimento e già operante nel settore della gestione dei locali pubblici. Si tratta di una società che fino al 2010 ha gestito la discoteca Italghisa”, ed è proprio sulla gestione dell’epoca della discoteca che secondo Sparvieri si concentrano le motivazioni alla base del rigetto della De Miro: “Il locale era di fatto controllato da membri della cosca Grande Aracri, si legge nel documento (del Prefetto), nel quale si fanno i nomi di Francesco Grande Aracri e di suo figlio Salvatore, entrambi residenti a Brescello. Quanto ai rapporti con i Muto, nella relazione della De Miro sono citati Antonio Muto ‘71 e suo fratello Cesare ’80 ai quali, il 29 settembre 2009, i due soci e amministratori della New Project cedettero le loro quote della “C Project srl”.
Siamo già, con diversi anni di anticipo, nel cuore di Grimilde: Salvatore Grande Aracri è stato condannato a 20 anni nell’abbreviato, Antonio Muto a 3 anni e 10 mesi, suo fratello Cesare a 3 anni e 6 mesi.
Torniamo ad oggi e alla sentenza Pecorella, che cita proprio quell’articolo: “A seguito dell’alluvione avvenuta a Lentigione, la New Project saliva alla ribalta delle cronache reggiane in quanto realizzatrice della pista ciclabile. Tale vicenda diede modo (alle Forze dell’ordine coordinate dalla DDA di Bologna) di effettuare una interessante intercettazione tra Salvatore Grande Aracri e Davide Gaspari (condannato a 2 anni in Grimilde; di lui abbiamo parlato nella prima parte di questo viaggio) in data 3 gennaio 2018. Salvatore ricordava a Gaspari chi era Devid Sassi e poi proferiva una frase da cui si comprendeva chiaramente come tali lavori fossero stati da lui eseguiti o quantomeno visionati”.
La frase di Salvatore è la seguente: “Dice (Sassi) che l’argine l’ha fatto ‘mblauso”. Dove ‘mbaluso è gergo dialettale che significa: fatto male. Il giudice Pecorella aggiunge a proposito della New Project che nel marzo 2014 l’impresa veniva trasformata da snc a sas, con il subentro della madre dei fratelli Sassi, Guidetta Barbieri, per riqualificare la società. Ma “il tentativo non ebbe gli esiti sperati, infatti il Prefetto di Reggio Emilia (all’epoca Raffaele Ruberto) disponeva una interdittiva antimafia anche a carico della New Project sas”.
I dettagli di questa storia, analizzati anche dalla Commissione d’Indagine la cui relazione del 10 dicembre 2015 avviò poi l’iter che portò allo scioglimento del Consiglio Comunale di Brescello, sono significativi per mettere a fuoco le tante facce dell’alluvione di Lentigione. All’alba di quel 12 dicembre la frazione era sott’acqua e circa mille abitanti furono costretti ad abbandonare le case. I danni economici furono pesanti ma per fortuna non si contarono vittime. Le polemiche roventi dei giorni successivi proiettarono i tre commissari prefettizi messi alla guida del Comune sul banco degli accusati, per non avere lanciato in tempo l’allarme e attivato le procedure d’emergenza. Ma la ricostruzione rigorosa dei fatti e la lettura degli atti hanno in seguito raccontato una storia ben diversa, che in questa rubrica abbiamo già riassunto negli anni scorsi parlando di “Piena dimenticata… prima che arrivasse”. Perché ci sono tre fronti ancora in attesa di risposte:
1) Molto a monte di Brescello, nei Comuni di Montecchio e di Montechiarugolo, sulle due sponde reggiana e parmense del fiume, non hanno funzionato per scarsa manutenzione le casse di espansione che servono proprio in questi casi a depotenziare il carico d’acqua che scende a valle.
2) Un tratto d’argine lungo una settantina di metri, sulla riva destra a Lentigione, ha ceduto perché la parte alta dell’argine, indicativamente l’ultimo mezzo metro, non era fatta a regola d’arte.
3) Gli Enti Locali, i soggetti addetti alla Protezione Civile e i cittadini non sono stati informati correttamente e per tempo di quanto stava accadendo.
L’indagine penale aperta dopo l’alluvione ci darà una risposta nel processo che approda ora in Tribunale a Reggio Emilia, con le richieste di rinvio a giudizio presentate di recente all’udienza preliminare dal Pubblico Ministero Giacomo Forte. Accusati di inondazione colposa in concorso sono tre tecnici e dirigenti dell’Aipo, l’agenzia interregionale per il fiume Po che si occupa di sicurezza idraulica: Mirella Vergnani, Massimo Valente e Luca Zilli.
Le indagini condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, e i processi che ne sono scaturiti, ci hanno già detto molte cose sulla “oggettiva e complessiva situazione di assoggettamento alla criminalità organizzata che ha radici profonde” per citare ancora una volta la sentenza Pecorella, nel comune di Brescello. Dove i cedimenti alla ‘ndrangheta hanno inevitabilmente compromesso in passato le regole di comunità che sono a tutela del bene comune, producendo danni destinati ad emergere ancora per lungo tempo in futuro.
Ma il terzo fronte, quello relativo al perché a Brescello, nella notte dell’alluvione, il Piano Comunale di Protezione Civile approvato nel 2013 non contemplasse “come possibile scenario di rischio idraulico quello derivante dalla esondazione del torrente Enza”, non è meno importante degli altri in tema di attenzione, allerta ed emergenza. I tre commissari si dovettero muovere alla cieca: alle 6,15, mentre stava arrivando in zona, il commissario Giacomo Di Matteo ricevette una telefonata dall’ing. Vergnanini dell’Aipo che lo informava del probabile cedimento dell’argine. Disse ai colleghi Oriolo e Marchesiello che “lo scenario si prospetta drammatico” e i tre concordarono di fare di tutto “per salvaguardare le vite umane rispetto ad uno scenario di esondazione ormai concreto con evidenti rischi per la pubblica e privata incolumità”.
Nella cronaca di quei momenti ricostruita le settimane seguenti all’esondazione, manca ogni riferimento alle Casse di Espansione che non avevano funzionato e all’ultimo mezzo metro d’argine a Lentigione che non era sicuro. E manca perché la Commissione Prefettizia che guidava il Comune non ne era informata. L’Autorità di Bacino del fiume Po, deputata alla pianificazione degli interventi e della prevenzione, nel 2014 aveva inviato all’Amministrazione Comunale, allora guidata da Marcello Coffrini, le nuove “Mappe di Pericolosità e del Rischio di Alluvioni” nel distretto, allegando anche lo “Schema di Progetto del Piano di gestione del Rischio”, con riferimenti diretti all’Enza e a Lentigione. Ma tale Piano, almeno fino all’esondazione del dicembre 2017, non era mai stato aggiornato a Brescello. Eppure nonostante “l’allarme rosso”, previsto per il fiume nel 2013 e ancora in vigore nel 2017, fosse ad un massimo di 9 metri, i picchi superiori a tale livello dell’acqua erano stati tantissimi, una ventina, nei due anni tra il 2013 e il 2015, con punte massime superiori agli undici metri di profondità della piena.
Nella lettera inviata il 12 agosto 2014 dall’Autorità di Bacino c’era scritto così: “L’esperienza passata ci insegna che se è impossibile scongiurare le alluvioni può essere tuttavia data una risposta soddisfacente alle richieste di sicurezza della popolazione residente attraverso una efficace politica di prevenzione dei rischi incentrata su: consapevolezza e informazione, regolamentazione dell’uso del territorio, predisposizione di piani di prevenzione e protezione.”
Tutto ciò che è mancato nel dicembre 2017. Paolo Bonacini, Cgil Emilia

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