Servizio pulizie nelle case popolari: l’appalto di Aler alla coop dei clan

Alla Helios dell’arrestato per mafia Mimmo Chilà una gara da 532mila euro per gli stabili dell’hinterland

La Helios era riuscita a entrare anche negli appalti Aler. Sul sito web della coop, guidata di fatto dall’arrestato per mafia Domenico Chilà (che nell’organigramma compare come direttore commerciale), figura tra i committenti pure il simbolo dell’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale; un elenco che comprende l’Agenzia del Demanio, la Giunta regionale della Campania, l’Università E-Campus e l’Atac. In effetti, dagli atti che siamo riusciti a reperire emerge che la Helios ha partecipato al bando lanciato nel 2018 per “l’affidamento del servizio di pulizia e affini in stabili di proprietà di Aler Milano e/o gestiti dalla stessa o di Comuni terzi siti in provincia”. Secondo l’esito di gara pubblicato ad aprile 2021 sulla Gazzetta ufficiale, la società con sede legale in via Caretta 3 s’è aggiudicata il lotto 9 dell’Unità operativa gestionale di Rozzano, la filiale Aler che si occupa di un’area che va da Locate Triulzi a Cerro Maggiore e che gestisce 14mila unità immobiliari. 

In particolare, al ticket formato da Helios e da una srl di Avellino è andato un appalto da 532mila euro (a fronte di una stima iniziale di 682mila euro) per le pulizie nelle case popolari dell’hinterland. Il Giorno ha contattato Aler per avere dettagli sul contratto, ma fino a ieri sera non è stato possibile accertare se sia stato avviato, se sia in corso o se sia già terminato. Quel che è certo è che tre giorni fa il deus ex machina occulto della cooperativa, il quarantasettenne originario di Pavia Domenico Chilà, ritenuto da inquirenti e collaboratori di giustizia “espressione” delle cosche calabresi Serraino e Rosmini, è stato arrestato dai militari della Guardia di Finanza, a valle di un’indagine della Dda di Reggio Calabria che ha messo sotto accusa l’intero consorzio che faceva capo alla ditta milanese e il sistema di corruzione che avrebbe attanagliato per anni la gestione del servizio di pulizie dell’Azienda sanitaria provinciale reggina; a Chilà e ad altri indagati è stata contestata anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, perché parte dei profitti generati dall’appalto ospedaliero (e dalle relative proroghe su misura) sarebbe andata a esponenti di varie cosche.

Del resto, tra i dipendenti della Helios, secondo gli accertamenti del Gico, c’erano diversi personaggi in qualche modo legati ai clan: Sergio Floccari, figlio di Alfredo, boss dell’omonima famiglia; Angelo Zaccuri, ex titolare della ditta “Pulizie Ionica” colpita da interdittiva antimafia nel 2002 e a sua volta finito in manette nell’operazione “Inter Nos”; la sorella di Antonio Dessì, affiliato alla cosca Cordì e condannato in Appello a 5 anni e 4 mesi di reclusione nel processo sull’omicidio del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno, avvenuto il 16 ottobre 2005; la moglie di Aurelio Staltari, membro di spicco della cosca Cataldo. Questo era il volto occulto della Helios, smascherato solo 72 ore fa dalla Dda. Quello ufficiale rimandava l’immagine di un’azienda attenta ai valori etici, tanto che a maggio aveva ottenuto il rating di legalità dall’Antitrust: due stelline e due “+”, quasi il massimo. 

“L’azienda, specie negli ultimi esercizi di bilancio, sta ampliando i propri orizzonti, affacciandosi su nuovi mercati, quale il settore ambientale (gestione conto terzi del rifiuto), mediante la pianificazione oculata di investimenti”, si legge sul sito della coop. Sì, l’impresa fondata nel 2012 puntava proprio al settore dei rifiuti. Prova ne è il fatto che il 19 marzo 2020 aveva fatto richiesta alla Prefettura di essere iscritta per quello specifico ambito alla white list , l’elenco delle imprese che hanno ricevuto la certificazione di non essere infiltrate dalla mafia. E proprio sulla base di quell’istanza, risulta al Giorno, la Dia aveva acceso i riflettori sulla Helios ben prima che scattassero arresti e sequestri, stilando una relazione molto dettagliata. Come dire: con ogni probabilità, il placet all’ingresso nel novero delle aziende “pulite” non sarebbe arrivato comunque. Nicola Palma e Marianna Vazzana, Il Giorno

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