Riforma della giustizia: aste giudiziarie, famiglie a rischio e gli affari della criminalità organizzata

Per l’associazione “Favore debitoris” un emendamento del governo contenuto nella riforma della giustizia rischia di portare allo sfratto anticipato migliaia di nuclei familiari. I timori di Caritas

In nome della maggiore efficienza richiesta dall’Europa per la giustizia, si rischia di facilitare ulteriormente l’infiltrazione della mafia nelle aste giudiziarie. Lo sostengono diverse associazioni di sostegno ai debitori che da tempo segnalano i potenziali danni che – volontariamente o no – può causare un emendamento del governo alla riforma della giustizia sulle aste giudiziarie che verrà discusso a fine agosto. Potrebbe svalutare il patrimonio immobiliare, creare danni ai creditori e ai debitori, favorire la malavita organizzata che nel controverso settore si è inserita da anni. Un pasticcio. La questione riguarda 120mila famiglie con la casa di abitazione in esecuzione immobiliare.

Dati che probabilmente in autunno, grazie alla pandemia sociale, sono destinati a crescere.

Secondo Giovanni Pastore dell’associazione “Favor Debitoris”, l’emendamento governativo vuole abrogare «le disposizioni più equilibrate raggiunte nel 2020 per l’articolo 560 del codice di procedura civile». Dietro i tecnicismi si celerebbe la volontà di tornare al vecchio sistema, ovvero sfrattare i debitori prima possibile portando inoltre a tre le vendite annuali all’asta, svalutando ancora di più l’immobile che già alla prima asta si può acquistare al 75% del valore di perizia.

«Non prestiamo il fianco a chi, magari con il pretesto di velocizzare i tempi, non si farebbe scrupolo a aumentare la sofferenza di chi perde la casa. Con lo sblocco delle esecuzioni immobiliari, il peso dei debiti che grava sulle famiglie e una crisi economica che ancora non vede uno sbocco, è un pericolo assolutamente da scongiurare». Lo chiede Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana e presidente della Consulta nazionale antiusura San Giovanni Paolo II.

A destare preoccupazione è la lettura considerata troppo discrezionale dell’articolo 560 del codice di procedura civile, cui darebbe adito la “Delega al Governo per l’efficienza del processo civile” che all’articolo 8 tratta del processo di esecuzione. L’articolo 560 del codice di procedura civile ha stabilito con chiarezza che chi perde la casa di residenza perché non più in grado di onorare il prestito chiesto per acquistarla può viverci finché il giudice esecutore non assegna l’immobile al nuovo proprietario, fatte salve alcune norme di comportamento. Ora, invece, secondo la Caritas della diocesi milanese, questa indicazione di buon senso viene compromessa da un testo più complesso e confuso che può lasciare spazio a interpretazioni sfavorevoli al debitore.

«Siamo certi che questa non sia l’intenzione del governo, per questo ci auguriamo che lo spirito di quella norma sia mantenuto anche nel nuovo testo di riforma – sottolinea Gualzetti – tanto più in questo momento difficile riteniamo necessario trovare una soluzione che tenga in equilibrio la necessità di velocizzare i processi con la tutela delle persone più in difficoltà».

Che le aste intasino le aule giudiziarie è fuori discussione, la legge 132 del 2015 voluta dal governo Renzi avrebbe dovuto accelerarne l’iter, facilitando il recupero dei crediti delle banche. Dati inconfutabili dimostrano che ha fallito clamorosamente il suo scopo e, applicando da subito uno sconto, ha svalutato ancor più gli immobili. L’abbassamento di prezzo sta favorendo i clan mafiosi che sguazzano nelle aste per riciclarvi l’enorme liquidità.

L’ultima riprova si è avuta con l’arresto della capoclan di “Alleanza di Secondigliano” Gianna Licciardi, alla quale è ispirato il personaggio di Scianel della fiction “Gomorra”. La Procura di Napoli sta indagando sul controllo esercitato dai clan di Secondigliano sulle aste giudiziarie, con l’acquisto esercitato da prestanome nullatenenti e la successiva rivendita, a volte anche agli ex proprietari, dietro pagamento di una tangente.

Secondo il “Mattino” il clan arrivava a coinvolgere le banche che concedevano mutui ai soggetti indicati. Qualcuno potrebbe liquidare la questione come una vicenda tutta campana. Ma nella realtà l’intervento di malavitosi ed evasori fiscali nelle aste per ripulire denaro nero è ormai esteso a tutta Italia. Al Nord è solo meno sfacciato.

Ancora Pastore racconta che si sta avviando un importante studio sui partecipanti alle aste. Intanto sono state svolte indagine a campione. Su quelle esaminate non ce n’è alcuna che non sia sospetta. In un’asta di Pavia i partecipanti poco più che ventenni erano affiancati dai padri reduci da bancarotta fraudolenta. In un’altra a Bergamo i 2 partecipanti avevano già acquistato con questo sistema quasi 500 tra immobili e terreni. Non si sa con che soldi o con quali crediti. Solo l’introduzione dell’adeguata verifica, il controllo della provenienza dei capitali investiti nell’acquisto degli immobili, l’istituzione di un data base nazionale con i dati dei partecipanti alle aste, porrebbe termine a questo scandalo.

Dopo l’arresto della Licciardi, un gruppo di associazioni aderenti alla Federcommercio Campania ha dichiarato che “a Napoli come nelle aree metropolitane ed industriali di maggior interesse si ripete il canovaccio del controllo delle aste giudiziarie confermando che sono un’autostrada per il riciclaggio, ma anche un modo per rendere solida la posizione economica dei clan. Del resto la procura antimafia aveva già dato anni fa questo allarme. C’è un cono d’ombra nelle procedure anti riciclaggio delle aste giudiziarie. “E di questo ne approfitta la malavita organizzata”. Paolo Lambruschini, Avvenire

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