Rifiuti radioattivi in Lombardia, l’oro dei clan: «Sembra Chernobyl»

La regola della ‘ndrangheta: i soldi si fanno con la cocaina, le armi e la spazzatura. La base in un mobilificio della Brianza. Il boss Cosimo Vallelonga, 72 anni, intercettato mentre parla con la presidente di Confartigianato donne

Dalla ’ndrangheta si esce soltanto in due modi: con la collaborazione con lo Stato o con la morte. Quella di Cosimo Damiano Vallelonga, 72 anni, calabrese di Mongiana (Vibo Valentia) ma da decenni a La Valletta Brianza nel Lecchese, è la storia di un «uomo d’onore» con la dote del «vangelo». È lui stesso, cugino di ‘u viperai Damiano Vallelunga, boss di Serra San Bruno ucciso in un agguato il 27 settembre 2009, a definirsi così.

E allora non deve stupire che dopo una condanna a quatto anni nell’operazione «I fiori della notte di San Vito» del ’94 quando era uomo di fiducia del padrino Mazzaferro, e ad altri dodici anni per associazione mafiosa con il clan di Salvatore Muscatello nell’inchiesta Infinito del 2010, una volta tornato in libertà abbia ripreso il suo ruolo nell’organizzazione. Nonostante la sorveglianza speciale e la libertà vigilata.

È attento, Vallelonga: «Io preferisco non telefonare». Anche se non immagina di avere una microspia nascosta nel suo «ufficio» nel mobilificio di famiglia «Arredomania» di La Valletta Brianza. E soprattutto ha imparato a diversificare gli affari secondo i dettami della ’ndrangheta 2.0. Lo dice un altro presunto affiliato alle cosche calabresi, intercettato mentre parla con «compare Cosimo»: «Noi muoviamo carta…».

Il riferimento è alle false fatture e al traffico di rifiuti che il 72enne — finito con altre 17 persone arrestate nel blitz «Cardine-Metal Money» del Gico della guardia di Finanza di Milano e della Mobile di Lecco — avvia subito dopo la scarcerazione grazie al braccio destro Vincenzo Marchio, 37 anni, e figlio di Pierino già condannato nell’operazione «Oversize» perché legato al potente boss di Lecco, Franco Coco Trovato. Il gioco è semplice: una galassia di società nel ramo dello smaltimento dei metalli che guadagnano soldi fatturando affari mai realizzati o peggio, smaltendo illecitamente i rifiuti ferrosi. Il meccanismo è noto: falsificare i documenti che accompagnano i rottami per farli risultare «puliti» quando invece dovrebbero essere da smaltire a costi ben superiori.

Le aziende, intestate ai prestanome del clan in alcuni casi non hanno le autorizzazioni per trasportare rifiuti, in altri neppure i camion. Un sistema che arriva al suo culmine quando gli investigatori — coordinati dal capo della Direzione distrettuale antimafia Alessandra Dolci e dai magistrati Paola Biondolillo e Adriano Scudieri — fermano per un controllo (il 2 maggio 2018) un Tir che sta trasportando 16 tonnellate di rame a Brescia, lungo l’autostrada. Il «materiale» è stato fornito da Mimmo, un nordafricano che vende rottami in Brianza. La banda però sa che quei resti di cavi di rame hanno un problema: sono radioattivi. Il tramite di Vallelonga e Marchio non nasconde la sua preoccupazione: «Do per scontato che la roba è italiana… ma fatta arrivare da dove? In cavi da Chernobyl per avere una radioattività del genere?».

Quando la Polstrada ferma il camion, al seguito c’è anche l’intermediario Fabrizio Motta, 44 anni: «Se vanno a fare il controllo mi mandano in galera». Da quel momento la situazione precipita. Non per Vallelonga e Marchio che hanno relazioni, conoscenze, e affari. A pagare, semmai, sono i «ruvetti», i ramoscelli che cadono, come li definiscono gli ‘ndranghetisti intercettati.

Il business è enorme: «Un settanta milioni da girare, non so se in dollari o in euro, mi servirebbe fare delle fatture». I soldi del traffico di rifiuti vengono prelevati dai bancomat e dai Postamat grazie a persone che poi li consegnano a Vallelonga. I finanzieri ne filmano uno mentre estrae la mazzetta dai pantaloni. Di questi movimenti si accorge però il sistema di controllo delle transazioni sospette che accende la luce delle indagini: «Secondo me stanno controllando per l’antiriciclaggio», suggerisce il boss. Il denaro veniva poi utilizzato per aprire società e rilevare locali, come la «Karboneria» di Curno, nella Bergamasca.

Il resto alimentava i prestiti ad usura (40% di interesse annuo) agli imprenditori in difficoltà. E qui si vede l’anima violenta della cosca. «Vi faccio come facciamo in Calabria». Le vittime sono terrorizzate. Ma c’è anche chi denuncia: un consulente aziendale al quale il boss ha puntato un’arma alla testa. Cesare Giuzzi, Corriere.it

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