Omicidio di ‘ndrangheta, i “non ricordo” degli amici di Cataldo Aloisio

Nel processo per l’omicidio avvenuto nel 2008 e per i quali sono imputati i vertici delle famiglie di ‘ndrangheta di Cirò Marina e Legnano, sono stati sentiti due amici della vittima

Adalberto Leo e Antonio De Luca sono le due persone che hanno passato più tempo con Cataldo Aloisio nei giorni che hanno preceduto la sua uccisione, entrambi si definiscono amici intimi della vittima ma di quei giorni non sembrano ricordare molto.

Questa mattina i due hanno testimoniato (testi dell’accusa) nell’ambito del processo in Corte d’Assise per l’omicidio del loro amico, avvenuto a fine settembre del 2008 a Legnano e per la cui morte sono imputati Vincenzo Rispoli, Francesco Cicino e Vincenzo Farao quali esecutori materiali e Silvio Farao e Cataldo Marincola come mandanti. Un omicidio di ‘ndrangheta, maturato in quell’ambiente e per anni rimasto nel silenzio dell’omertà generale, in Calabria come in Lombardia, fino a quando qualcuno non ha deciso di squarciare il velo e ricostruire la vicenda per come si sarebbe svolta.

Tantissimi i “non ricordo” dei due. Il primo, Adalberto Leo, è un cirotano emigrato al nord, residente a Fagnano Olona e che per alcuni anni ha gestito un compro oro a Somma Lombardo: «A Cirò Marina ci conosciamo tutti. Sono molto amico del padre di Cataldo, praticamente ho visto crescere Cataldo e conosco anche i Farao» – racconta Leo che, però, dice di non ricordare alcuni particolari della ricostruzione degli avvenimenti accaduti prima e subito dopo l’uccisione. Buchi neri nella memoria di Leo, in parte giustificabili per i 12 anni passati da quei momenti concitati, che non permettono una ricostruzione chiara e precisa dei contatti tra i due.

La sera in cui Aloisio sarebbe stato ucciso, infatti, Adalberto Leo aveva parlato al telefono più volte con il “compare” invitandolo ad andare a mangiare e dormire a casa sua ma nulla che facesse pensare alla tragedia. Quando il pm chiede di una telefonata effettuata da Cataldo Aloisio a Leo, effettuata con il cellulare di Trifino, il teste non lo ricorda come non ricorda con molta lucidità quanto avvenuto nei giorni e nei mesi successivi.

Il pm prova a sollecitare la memoria di Leo chiedendo se si fosse informato sulle indagini negli anni, leggendo i giornali, oppure se aveva idea del perchè fosse stato chiamato in tribunale a testimoniare ma con scarsi risultati: «Ho letto come tutti la Prealpina ma non mi ricordo nulla delle indagini, del perchè fosse stato ucciso». E infine ha fatto intendere di non aver nemmeno ben compreso perchè fosse stato chiamato a testimoniare:  «Sono venuto qui perchè ho ricevuto la convocazione a casa».

Stessa musica per Antonio De Luca, l’amico di Cataldo Aloisio che lo aveva accompagnato da Bologna a Legnano qualche giorno prima dell’omicidio: non ricorda o non sa il motivo per cui ad un certo punto Aloisio decide di rimanere a Legnano e far tornare l’amico, da solo, a Bologna. Non ricorda molte circostanze di quei giorni, particolari che possono svanire nei ricordi a 12 anni di distanza ma anche fatti rilevanti che – per chi si professava molto legato a Cataldo Aloisio – dovrebbero rimanere impressi nella memoria.

De Luca fatica a ricordare di cosa hanno parlato in quei giorni, se la sera prima dell’omicidio avesse sentito al telefono Cataldo Aloisio oppure se la moglie le avesse chiesto qualcosa del marito, una volta arrivato a casa (i due abitavano a 100 metri di distanza a Castello d’Argile): «Mi chiamò ma solo per farsi portare le sigarette». Oggi sarebbe stato il turno di Elena Farao, moglie di Cataldo Aloisio, ma la donna non si è presentata in tribunale. Orlando Mastrillo, VarseNews

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