‘Ndrangheta in Brianza, processo Metal Money: 20 anni a Damiano Vallelonga

L’aula disertata dai tanti minacciati, picchiati, sequestrati da boss e picciotti. Soltanto un’associazione online contro l’illegalità si è costituita parte civile

Nessuna delle vittime del boss della ‘ndrangheta lecchese e dei suoi picciotti si è costituita parte civile. Non chi è stato minacciato, intimidito, picchiato, sequestrato. Nemmeno chi ha dovuto restituire a forza a tassi stratosferici i soldi chiesti in prestito ai “cravattari“, magari per curare una figlia malata. Neppure gli imprenditori che, finiti nelle loro mani, hanno perso l’azienda. Neanche i funzionari dell’Agenzia delle entrate per conto di tutti i contribuenti onesti danneggiati.

Solo i volontari e redattori della libera enciclopedia online Wikimafia, che è pure un’associazione per la legalità, hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile nel processo a carico di Cosimo Damiano Vallelonga, che il 30 settembre festeggerà il 73simo compleanno in cella dopo essere stato arrestato a febbraio nell’ambito dell’inchiesta “Cardine – Metal money“ dei militari della Guardia di finanza di Lecco con la collaborazione dei colleghi del Gico di Milano e della Mobile lecchese, che hanno smantellato il suo impero milionario fondato su un traffico di 10mila tonnellate di rottami e rifiuti radioattivi e società cartiere, difeso con violenza, terrore e frodi fiscali.

Il giudice per le indagini preliminari Manuela Cannavale per questo, oltre a condannarlo a vent’anni di carcere, ha anche stabilito nel verdetto pronunciato l’altro giorno che Vallelonga dovrà pagare loro un risarcimento.

Stessa sorte è toccata ai suoi più stretti collaboratori: il 38enne Vincenzo Marchio figlio di Pierino, uno degli esponenti di spicco della maggiore di Calolziocorte, il braccio armato Paolo Valsecchi di 61 anni e il prestanome Luciano Mannarino di 32 che devono inoltre scontare rispettivamente 12 anni; 8 anni sei mesi e 20 giorni; e 2 anni e mezzo di prigione.

“Tutti i debitori e gli estorti subivano la pressione esercitata nei loro confronti senza mai rivolgersi alle autorità preposte per il timore di incorrere in rappresaglie – ha sottolineato e spiegato nella propria arringa l’avvocato Marco Griguolo, socio ordinario e titolare dello studio Cga Lawyers, che ha rappresentato gli attivisti di WikiMafia – Io oggi non rinvengo in quest’aula le altre persone offese. Non le vediamo perché sono intimidite, hanno paura, non credono che le istituzioni possano proteggerle. WikiMafia dà voce a queste persone e permette che possano ottenere giustizia”. Il gup ha pronunciato una sentenza complessiva di quasi 70 anni di reclusione per i 16 imputati alla sbarra, tra cui molti esponenti noti della mala organizzata, come il 30enne Danilo Monti, che nel 2015 nel Catanzarese ha ammazzato su commissione a colpi di calibro 9 un macellaio in cambio di 19mila euro per saldare i propri debiti di droga. Daniele De Salvo, Il Giorno

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