‘Ndrangheta a Legnano, il potere passa alle donne. Arrestata la figlia del boss

La figlia di Vincenzo Rispoli, in carcere, sosteneva i parenti a compiere la spedizione punitiva a Malta, emersa nell’indagine che ha portato all’arresto di 11 persone legate alla locale di ‘Ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo

«L’abbiamo picchiato per mezz’ora in un via scura, buia». Queste le parole usate da Giuseppe Di Novara durante una lunga chiamata per informare la nipote “Chicca”, ovvero Francesca Rispoli figlia di Vincenzo Rispoli, il legnanese boss della locale di ‘Ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo, del pestaggio avvenuto a Malta nei confronti di un imprenditore. Durante la conversazione della durata di quasi 5 ore, Di Novara racconta per filo e per segno la “violenta spedizione” nella quale  è stato picchiato selvaggiamente un imprenditore edile che a loro dire non aveva pagato i lavori svolti: «Ci deve pagare tutto».

L’episodio emerge nell’inchiesta conclusa oggi, giovedì 3 settembre, che ha portato all’arresto di 11 persone risultate tutte legate alla locale di ‘Ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo e ritenuti responsabili, a vario titolo, di azioni condotte illecite con “metodo mafioso”. Tra i reati contestati e ricostruiti dagli inquirenti c’è per l’appunto la violenta attività di estorsione effettuata a Malta nel gennaio 2020, “guidata” da Chicca (sempre in contatto con i suoi genitori e famigliari più stretti) e concretizzata da Giuseppe Di Novara con il fratello Michele Di Novara e Giuseppe Lillo (il compagno di Francesca Rispoli). Nello specifico “Chicca” esortava e sosteneva i tre uomini nel loro proposito criminoso, invitandoli a non rientrare in Italia sino a che non avevano ottenuto l’intera somma di denaro. La donna di famiglia operava mentre sia il padre che il fratello erano in carcere, dove si trovano tutt’ora.

I quattro indagati, tutti legati alla cosca “Legnano – Lonate Pozzolo” avevano svolto un’attività lavorativa “in nero” in alcuni cantieri edili presenti in varie località della Repubblica di Malta a favore di un imprenditore italiano che in cambio avrebbe dovuto ripagare il “favore”. Il mancato regolamento ha innescato la furia del gruppo criminale.

Tale è stata la violenza del pestaggio che, racconta lo “zio Giuseppe” alla figlia di Rispoli, a terra c’erano «denti e sangue». Ma ancor più agghiacciante è che l’uomo non nasconde di essersi «divertito». L’imprenditore, secondo quanto emerso dalle indagini, è stato picchiato sia da Di Novara che da Giovanni Lillo, il compagno di Francesca. «E poi – si legge sempre nell’intercettazione della conversazione tra zio e nipote – l’ha massacrato Giovanni …è uscito come Kenshiro, l’ha spaccato tutto sette, otto volte, l’ha spaccato». E dopo aver descritto il massacro, Di Novara tranquillizza la donna: «A posto… me li ha dati… 200 euro me li ha dati in contati e ha dato un bonifico e ora mi deve fare il biglietto». Infine, nel salutare, riferisce alla nipote che erano pronti a far baldoria: «Ci siamo presi sette otto birre.. andiamo a casa… ce le beviamo, festeggiamo sta serata».

Nelle indagini è emerso che la figlia di Rispoli ha sempre aggiornato sia la madre che una zia paterna, ma nel momento del bisogno per risolvere i problemi, come in questo caso, ha deciso di raccontare tutto anche al padre (in costante contatto con la famiglia) che si trova tutt’oggi in carcere a Tolmezzo.

La donna va inoltre fiera della reazione del compagno e dei parenti. «Secondo me hanno fatto bene»… «Guarda papà – dice alla madre in una telefonata – a fare il bonaccione e a non farsi rispettare davvero per essersi preso del boss gratuitamente, quindi… ». Mentre commentando il comportamento del compagno non esita a commentare: «Lo arrestano perché lo hanno picchiato, fa niente, però almeno lo hanno picchiato…. Almeno l’hanno fatto il reato e non sono in galera innocentemente come i nostri parenti». VareseNews

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