‘Ndrangheta a Lecco,Tele di Mussolini in pegno per pagare cure alla figlia

Lotta alla ’ndranghera, gli inquirenti: “Riteniamo siano state consegnate come garanzia da una delle vittime per ottenere un prestito di denaro”

Quadri del figlio del Duce in pegno per il prestito ricevuto. Li hanno trovati gli investigatori della Finanza e della Mobile di Lecco in una intercapedine tra le pareti del mobilificio della Valletta Brianza trasformato in quartier generale del boss 72enne compare Cosimo Vallelonga, il nuovo padrino della ‘ndrangheta lecchese finito in manette lunedì per associazione mafiosa, traffico di rifiuti anche radioattivi, usura, estorsioni, riciclaggio, evasione e molti altri reati ancora. Si tratta di alcuni dipinti realizzati e firmati da Romano Mussolini, il quarto figlio legittimo con la passione per l’arte del dittatore fascista, ma anche padre dell’ex europarlamentare Alessandra, scomparso nel 2006 all’età di 79 anni. I dipinti sono stati individuati con un termoscanner che ha permesso di evidenziare una cavità nei muri. “Riteniamo siano stati consegnati come garanzia da una delle vittime per ottenere un prestito”, spiega il maggiore Domenico Peluso, comandante del Nucleo di Polizia tributaria della Finanza di Lecco. A cedere i quadri in cambio di contanti è stata una madre di famiglia che aveva chiesto al mammasantissima 22.500 euro cash per pagare le cure mediche delle figlia malata ma ne avrebbe dovuti restituire 50mila nel giro di quattro mesi. A “scipparle” i quadri è stato il 60enne Paolo Valsecchi, braccio armato del boss. “Si tratta di opere che non hanno un costo eccessivo, dobbiamo ancora periziarle, ma le loro quotazioni risultano tutto sommato non elevate – prosegue l’ufficiale -. Per noi e per i magistrati sono tuttavia molto importanti, perché testimoniano il modo di operare di quanti abbiamo arrestato e insieme avvalorano quanto ci hanno raccontato i testimoni e abbiamo riscontrato durante le indagini. Durante le perquisizioni abbiamo infatti trovato anche gioielli, anelli, orologi e altri oggetti di valore soprattutto affettivo più che economico, che i proprietari sono stati costretti a cedere spesso dopo minacce come pegno insieme a biglietti scritti di loro pugno a mano a mo’ di ricevute dal valore simbolico di 1 euro”. Daniele De Salvo, Il Giorno

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