Milano, Piazza Prealpi, i narcos trasportavano la cocaina nello zaino di un bambino

Arrestati i boss, legami con le cosche. le indagini sulla zona stoiricamente controllata dalla famiglia Di Giovine- Serraino: attività illecite dal traffico di droga a quello delle armi

Sono le quattro di pomeriggio. Roberto P., 53 anni, riceve una chiamata dal figlio undicenne: «Papà, a che ora andiamo?». Il piccolo è impaziente, quel giorno deve accompagnare il padre in Veneto: «Tardi, ti ho detto tardi, stanotte…», gli risponde il genitore. «Ma il tuo amico lo devi vedere di notte?!». La conversazione si chiude bruscamente con la madre, Alessandra B., 36 anni, che strappa il cellulare dalle mani del piccolo e lo insulta: «Tu sei un pezzo di m…, vattene, sparisci». A quel punto il papà rincara la dose nei confronti del figlio: «Quello sa solo chiedere, a scuola non va più, non fa più un c… vero? Appena arrivo adesso te lo giuro, gli do un sacco di botte…». Quella stessa notte padre e figlio partono all’una e mezza da piazza Prealpi alla volta di Mestrino (Pd) dove arrivano alle sei di mattina. La cocaina, tre etti, viene nascosta nello zainetto di scuola del figlio che assiste alla consegna a un 47enne marocchino.

Una vicenda che sembra uscita da un romanzo sui narcos sudamericani, o da un fiction televisiva. Ma è realtà e testimonia cosa significhi crescere, a Milano, in una famiglia di spacciatori legati ai narcos della ‘ndrangheta. Il bambino oggi è in salvo, affidato a una comunità per minori e tolto ai genitori. Loro sono in carcere dal giugno 2019 quando i carabinieri della compagnia Duomo hanno trovato nella loro casa di via Jacopino da Tradate droga, cinque pistole, una carabina e un giubbotto antiproiettile. Per i due genitori ieri è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di narcotraffico. Con loro sono finiti in cella anche i due «boss» della droga tra piazza Prealpi, Bollate e Quarto Oggiaro. Si tratta di Gabriele Argirò, 45 anni, calabrese di Petilia Policastro, soprannominato «Hulk», e Domenico «Mimmo» Iamundo, 43 anni, anche lui originario della Calabria.

Sono nomi pesanti della mala milanese e hanno legami a doppio filo con le cosche della ‘ndrangheta. A cominciare dai Serraino-Di Giovine, la famiglia che da più di quarant’anni controlla la zona tra via Varesina e Mac Mahon, clan mafioso di Reggio Calabria ma ormai profondamente milanese. Entrambi sono già stati arrestati in numerose inchieste antidroga. Argirò, era il fornitore della droga del clan Carvelli di via Capuana. Ma era stato al centro anche delle inchieste «Pavone 3» e «Pollicino».

Iamundo era finito nell’inchiesta «I soliti noti» di Monza e in un’indagine sui clan mafiosi di Mariano Comense. Quest’ultimo, affidato in prova in un bar di viale Bodio «Garden Café» aveva preso il controllo del traffico dopo l’arresto della coppia. Erano loro, in principio, i «tuttofare» di Argirò: nel loro appartamento di via Jacopino da Tradate dividevano le dosi di cocaina, tenevano i soldi e si occupavano delle consegne. Usavano come base i dintorni del «Gran bar» nella stessa via e del «Green bar» di piazza Pompeo Castelli. … In casa … c’era anche il cane Arhat diventato quasi assuefatto ad hashish e cocaina: «È attrattissimo da questa cosa, se ce l’hai addosso te la sgama subito…». Da qui il nome dell’operazione dei carabinieri della Duomo che ha portato a 37 misure cautelari firmate dal gip Alessandra Simion su richiesta del capo della Dda Alessandra Dolci e del pm Gianluca Prisco, 20 italiani e 17 tra eritrei e sudamericani: 27 in carcere e 10 ai domiciliari, giro da 4 milioni di euro…

…A tenere le fila il «capo» Argirò. È lui, ad esempio, a redarguire la coppia perché i frequenti litigi hanno attirato la polizia: «Non dovete gridare! Se bussano perché tu fai il cog… o lo fa lei, io ci rimetto io, non ci rimettete voi. O siamo responsabili per far sto lavoro, se no ragazzi vi lascio nella m… e vi saluto». Argirò redarguisce l’uomo anche perché va al bar con le «palline» di droga in tasca, beve troppo e gioca «i soldi alle macchinette». Quando la coppia finisce in carcere, le gestione passa nelle mani del «salumiere», Mimmo Iamundo, lo chiamano così perché un tempo lavorava con la sorella in una gastronomia calabrese di via Farini. «Da settembre a Natale dobbiamo pestare (vendere, ndr) come pazzi!», dice Iamundo. «Dobbiamo prendere il monopolio», gli risponde Argirò.

E così sarà. In cella (con varie accuse) finiscono anche Christian Braidich, delle «case» di viale Sarca, Venanzio Modesto e Antonio Siro Velotti (Quarto Oggiaro) e Antonio Pietromartire. Suo fratello Armando è uno nome pesantissimo nel panorama dei calabresi a Milano: negli anni 90 (operazione Belgio2) lavorava con i Di Giovine e Mimmo Branca, poi nel 2010 (Short message) comprava dal re dei narcos Francesco Orazio Desiderato, legato ai Mancuso. Antonio Pietromartire deve rientrare dei soldi della droga e minaccia il suo debitore: «Finisce male. Parlo con gli amici di mio fratello e sono affari tuoi quello che fanno…». Cesare Giuzzi, Corriere.it

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