l caso Moro, tra misteri e indizi anche l’inquietante ombra della ‘ndrangheta

Dai lavori dell’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sono emersi diversi spunti su un ipotetico ruolo della mafia calabrese nell’affaire

Spunti, tracce, ipotesi investigative. Tra le piste che l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, quella guidata nella penultima legislatura dal Pd Beppe Fioroni,  ha seguito  anche quella di un possibile ruolo della ‘ndrangheta in quei drammatici giorni del 1978 che culminarono con l’assassino del leader Dc da parte delle Brigate Rosse. Quello di una presunta “ombra” delle cosche calabresi, che si sarebbe stagliata  soprattutto nella fase del sequestro di Moro in via Fani a Roma, è stato un elemento sostanzialmente inedito emerso agli inizi dell’attività di quella commissione, restando comunque sempre e solo come ipotesi.

Cutolo e l’arsenale delle ‘ndrine

La prima “pista” sotto la lente della commissione Fioroni: le armi usate dal commando delle Brigate Rosse per rapire Moro e uccidere i cinque uomini della sua scorta potrebbero essere uscite dall’arsenale della ‘ndrangheta. A riferire di questa ipotesi sarebbe stato il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, scomparso a febbraio scorso, nelle dichiarazioni rese nel carcere di Parma (dove era detenuto al 41 bis) all’ufficiale dei carabinieri Giuseppe Boschieri e al magistrato Gianfranco Donadio, consulenti della commissione parlamentare. Ecco cosa disse Cutolo secondo quanto emerso dai lavori della commissione Fioroni: «Quando ero nel carcere di Ascoli Piceno, seppi che, in epoca immediatamente antecedente al sequestro Moro, ci furono ripetuti contatti di membri delle Br con ambienti ‘ndranghetisti al fine di acquisire armi in favore dei terroristi». Armi da utilizzare per l’assalto di via Fani, dove Moro fu rapito dopo una carneficina nella quale rimasero uccisi i cinque uomini della scorta.

Lo ‘ndranghetista in via Fani

«Grazie alla collaborazione del Ris dell’Arma dei Carabinieri, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l’8 luglio del ’46. Nipote del capo clan suo omonimo, morto a 96 anni nel 2015, di Antonio Nirta parlò per la prima volta il pentito della ‘ndrangheta Saverio Morabito, secondo cui Nirta, detto “due nasi” per la sua confidenza con la doppietta, sarebbe stato confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro». Così, a luglio 201, riferì il presidente della commissione sul caso Moro, Giuseppe Fioroni. A supporto di questa dichiarazione sarebbe stata portata anche una foto, ritrovata nell’archivio del quotidiano “il Messaggero”, che ritrarrebbe Nirta sul luogo del delitto nei minuti immediatamente successivi il massacro della scorta di Moro e il rapimento dello statista democristiano. Sul punto Fioroni aggiunse: nella foto «compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è ”assenza di elementi di netta dissomiglianza”».

«Quello lì lo conosciamo…»

Alla vicenda Nirta si intrecciano – sarebbe emerso dai lavori della commissione parlamentare – altri tasselli, tra cui un’intercettazione telefonica particolarmente eloquente. L’intercettazione risale all’1 maggio del 1978, quindi pochi giorni prima del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani a Roma. A un capo del telefono c’è Benito Cazora, deputato Dc vicino alla famiglia del leader Dc, che al suo interlocutore dice: «Dalla Calabria mi hanno chiamato per informarmi che in una foto presa sul posto quella mattina, si individua un personaggio a loro noto…». Altri spunti emersi dalle audizioni della commissione Fioroni avrebbero infine riguardato il ruolo di Giustino De Vuono, originario di Scigliano, nel Cosentino, presunto killer a metà strada tra Br e malavita, indicato da molti come l’assassino di Aldo Moro, e rapporti tra Br e ‘ndranghetisti. “Diversi indizi sono stati raccolti sia in merito alla notizia, circolata in ambienti ‘ndranghetisti, dell’esistenza di un’arma ‘sporca’ impiegata a via Fani – emerse poi da un documento di ssintesi agli atti della commissione Fioroni – «sia in ordine all’ipotizzato interessamento (dapprima sollecitato, poi scoraggiato) della criminalità organizzata per favorire il rinvenimento del luogo di prigionia di Aldo Moro».  Spunti, va chiarito ancora una volta: nulla di più. Corriere della Calabria

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