Inchiesta Rinascita Scott: le pressioni del clan sul pentito. Le donne dei Mancuso minacciano di portargli via la figlia

 messaggi a Emanuele, figlio di Pantaleone “L’ingegnere”. «Le parole si pagano. Torna con noi, dopo la galera te ne vai in Spagna con i soldi». Gratteri: «Sarebbe stato un messaggio devastante

«Torna con noi. Ti fai la galera e poi ti diamo i soldi e te ne vai in Spagna, ti compri un ristorante e ti rifai una vita». La famiglia Mancuso ha tentato dapprima con le buone dal far desistere Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone detto “L’ingegnere” dal collaborare con la giustizia. Ma il giovane, dall’estate del 2018, aveva ormai intrapreso la strada della collaborazione. Ha resistito alle minacce che gli lanciavano gli altri detenuti dalle finestre vicine del carcere di Catanzaro, ai messaggi equivoci: «Le parole non pagano». La famiglia allora ha alzato il tiro. Sono le donne a orchestrare e portare avanti le pressioni psicologiche più dure. Lo minacciano di fargli perdere quanto di più caro ha al mondo: la sua bimba appena nata. Ogni mossa era però monitorata dai carabinieri della provinciale di Vibo e dalla Dda che giovedì hanno tratto in arresto Rita Rosaria Del Vecchio, zia di Emanuele Mancuso, Giovannina Ortensia Del Vecchio, madre del collaboratore – destinatarie di una misura di arresti domiciliari – e Nensy Vera Chimirri, compagna di Emanuele, madre della bambina alla quale il gip Antonio Battaglia ha destinato il divieto di dimora in Calabria.

Rosaria Del Vecchio

Il gip ha convalidato l’arresto in carcere di Giuseppe Salvatore Mancuso, fratello di Emanuele che si era reso latitante e del suo favoreggiatore Francesco Antonio Pugliese (trovati in possesso illecito di un’arma di precisione e di munizionamenti) e ha disposto le misure per le donne, accusate di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, aggravata dal metodo mafioso. «Era stato creato un canale segreto per fare pressioni psicologiche su Emanuele Mancuso – ha spiegato il procuratore Nicola Gratteri – una minaccia del genere non poteva passare perché sarebbe passato un messaggio devastante per i giovani che sono impantanati nella ‘ndrangheta e che devono sapere che una nuova vita è possibile. Per i giovani che stanno cominciando a pensare di poter cambiare vita, che ci può essere un’alternativa, che ci può essere questa primavera della quale stiamo parlando da tempo».
«Emanuele Mancuso stava per gettare la spugna, nel corso degli interrogatori balbettava, era tormentato ma noi sapevamo che la sua decisione non era libera, bensì dettata dalla minaccia della sottrazione della bambina». «Abbiamo prestato a questo caso la stessa forza ed energia dedicata alle maxi-operazioni come quella che giovedì ha portato a oltre 300 arresti. Non conta il numero o l’imputazione, ma il messaggio che sarebbe passato, se Emanuele Mancuso avesse gettato la spugna, all’interno della ‘ndrangheta e tra i giovani che sono entrati nella ‘ndrangheta pensando di diventare ricchi, potenti, pensando di trovarsi una sistemazione e che oggi hanno nella testa il tarlo del dubbio che forse non conviene essere ‘ndranghetisti, che forse era tutto un bluff».

Giovannina Del Vecchio

«Abbiamo toccato il ruolo delle donne della famiglia Mancuso – ha detto il comandante provinciale di Vibo Valentia Bruno Capece -, donne che tentavano di condizionare la volontà di figli che cercavano di rompere il cerchio. Non hanno rispettato nemmeno il sangue del loro sangue, attaccando un figlio e addirittura utilizzando come strumento di condizionamento una bambina di due anni. Oggi rompiamo un mito, quello della famiglia d’onore che non tocca nemmeno donne e bambini”. “Le regole ci sono nella ‘ndrangheta – riprede il procuratore – ma le regole ci sono per gli altri, servono per gli utili idioti che entrano a far parte della ‘ndragheta. Sono i garzoni che devono osservare le regole, non i capi».


LA FOTO CON LA FIGLIA IN BRACCIO AL FRATELLO Lo hanno minacciato mandandogli una foto con la figlia in braccio al fratello. «L’attività di indagine parte dal momento in cui Giuseppe Salvatore Mancuso si rende irreperibile in seguito alla collaborazione del fratello Emanuele – racconta il maggiore Valerio Palmieri, comandante del Nucleo investigativo di Vibo -. Seguendo la pista di Giuseppe Salvatore Mancuso siamo arrivati a catturarlo e proseguendo nelle indagini sono emerse le responsabilità della madre e della zia».
«Appena si è appresa la notizia, all’interno delle mura carcerarie, dell’intenzione del detenuto di collaborare, il fratello gli ha mandato messaggi inequivocabili, concludendo tra le altre cose uno scritto con la frase “le parole si pagano”. Mentre era nel carcere di Catanzaro gli urlavano minacce dalle finestre. Una volta messo in sicurezza – prosegue Palmieri – i familiari hanno cercato di mantenere una relazione con lui, un contatto, per fargli arrivare messaggi che partivano da una regia, il padre detenuto. Le donne orchestravano tutto e inviavano in carcere la compagna con la figlioletta, le sole che avevano contatti con Emanuele Mancuso e che potevano incontrare solo previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria. In una occasione, quando Giuseppe Mancuso era ai domiciliari, hanno fatto arrivare a Emanuele Mancuso una foto del fratello con la figlioletta in braccio». A un interrogatorio Mancuso, provato dalle minacce, non si era presentato, poi però la sua collaborazione, destinata a smantellare il cuore dell’organizzazione, è ripresa.
«Queste condotte – racconta Alessandro Bui, comandante della prima sezione del Nucleo investigativo di Vibo – si sono verificate nel periodo degli interrogatori che sono fissati in un periodo di isolamento di 180 giorni del collaboratore, giorni in cui Mancuso poteva avere contatti solo con i magistrati che lo interrogano, le forze di polizia e la compagna, unica autorizzata a incontrarlo per via della figlia minore, nata nei giorni dell’inizio della collaborazione». Questo isolamento è stato visto come un momento di debolezza del giovane al quale fare arrivare prime le lusinghe e le promesse di una vita in Spagna e poi la minaccia di sottrargli la figlia, che sarebbe cresciuta nella famiglia di ‘ndrangheta alla quale lui si stava sottraendo.
«Durante i primi giorni di detenzione i due fratelli Mancuso hanno coabitato nel carcere di Catanzaro. Quando il fratello è stato spostato Giuseppe Salvatore ha percepito che quello spostamento poteva dipendere da una volontà di collaborare. Questo ha determinato delle urla, da finestra a finestra, nel carcere. Gridavano minacciosi a Emanuele Mancuso di voler collaborare con il procuratore Gratteri».
«NON C’È ONORE» «Non c’è onore in una famiglia di ‘ndrangheta. C’è paura, interesse, c’è una famiglia che non è famiglia», ha commentato il comandante del Reparto operativo Luca Romano. «Quando nasce un bambino il capo della locale va a tagliargli le unghie perché è un predestinato. Noi non abbiamo voluto lasciare un predestinato a rientrare in questo tumore. Con la maxi-operazione “Scott-Rinascita” portata a compimento giovedì – afferma Romano – abbiamo liberato il territorio dal’90% della criminalità che lo opprimeva». Un’operazione che ha segnato una rinascita anche nel cuore delle persone che hanno sostenuto l’Arma, offrendo ai miliari il caffè. «Facevano un tifo da stadio», dice Romano. «Questo ci ha inorgoglito, ha inorgoglito tutti i carabinieri della Calabria, tutti i reparti speciali dell’Arma che erano qui. Adesso la popolazione, la gente per bene, deve riprendere gli spazi che abbiamo liberato». Alessia Truzzolillo, Corriere della Calabria

admin

admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *