Covid, le mani del clan di San Mauro sui ristori: prime condanne

Le mani della ‘ndrangheta sugli aiuti economici stanziati in seguito alla pandemia da Coronavirus: questo era emerso da un’indagine della Dda di Milano risalente a luglio scorso, in seguito alla quale adesso sono arrivate le prime condanne in un processo con rito abbreviato. Il principale imputato, Francesco Maida, che secondo le indagini era il riferimento dei clan di San Mauro Marchesato, suo paese d’origine, nel territorio milanese è stato condannato a 8 anni di reclusione.

A decidere le pene è stato il gip di Milano, Domenico Santoro, dopo una lunga camera di consiglio. Le accuse sono di associazione a delinquere aggravata dall’aver agevolato la ‘ndrangheta, autoriciclaggio e reati fiscali, oltre a detenzione di armi. Condannato nello stesso processo a 7 anni e 10 mesi Luciano Ivaldo Mercuri, anche lui affiliato dei clan, così come Aldo Tirolese a 4 anni e 6 mesi (non gli è contestata l’aggravante); e infine Giuseppe Arcuri, a 5 anni e 2 mesi. Assolto invece il cinese Zhang Sang Yu, detto “Valerio”, che secondo le indagini era il ‘gancio’ con il paese dell’Est, dove venivano ‘lavati’ i soldi delle cosche.

Dalle indagini era emerso che Maida, residente a Milano nella ricca zona di City Life, riuniva rappresentanti della ‘ndrangheta proprio nel suo lussuoso appartamento, ed era qui che venivano gestiti gli affari.  Era accaduto, ad esempio nell’ottobre 2017, quando invitò Luigi Greco, figlio di Angelo (detto Lino), boss di San Mauro Marchesato, suo zio Francesco Cucè e Mercuri: “Nel corso della cena venivano trattati argomenti di estrema importanza”, si leggeva in un’annotazione del Gico (la squadra speciale delle fiamme gialle che aveva condotto l’operazione), contenuta nell’ordinanza a firma della gip Alessandra Simion, su richiesta dalla pm della Dda, Bruna Albertini. Gli elementi emersi nel corso delle indagini dimostravano che le società di compravendita di acciaio inox riconducibili a Maida e Mercuri, tramite una “catena di prestanomi” erano gestite “con modalità frodatorie”. Le aziende – era emerso ancora – effettuavano bonifici senza giustificazione formale a banche cinesi (negli anni oltre 500mila euro) per poi riceverne denaro sonante.

Ma l’elemento più grave emerso dall’inchiesta era il fatto che i clan fossero riusciti a mettere le mani sui ristori stanziati dello Stato dopo la prima ondata della pandemia. Almeno 60 mila euro a fondo perduto erano stati incassati illecitamente e altri 250 mila rientravano nei prestiti agevolati previsti all’inizio dell’emergenza per le piccole medie imprese (i fondi erano richiesti ma poi bloccati). Oltre agli arresti, nell’operazione che aveva riguardato molte regioni italiane, erano stati sequestrati beni, tra auto, moto, orologi di valore, denaro contante e partecipazioni finanziarie, per 7,5 milioni di euro. Il gip ha di fatto dimezzato le pene rispetto alle richieste dell’accusa. Il Crotonese

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