Aemilia, la sentenza di assoluzione di Pagliani smentisce il centrodestra

Forza Italia e Fratelli d’Italia rinnovano il tentativo di interpretare il trasferimento di Marco Mescolini come la dimostrazione che il coinvolgimento nelle indagini sulla ‘ndrangheta di loro esponenti era il frutto di una giustizia politicizzata

Alcune prese di posizione dei giorni scorsi hanno rinnovato il tentativo di Forza Italia e Fratelli d’Italia di interpretare il trasferimento di Marco Mescolini come la dimostrazione che il coinvolgimento nelle indagini sulla ‘ndrangheta di esponenti del centrodestra era il frutto di una giustizia politicizzata.

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Il centrodestra emiliano non ha atteso molto per iniziare un’operazione di riscrittura della storia dei rapporti fra politica e criminalità organizzata. Giustamente imbaldanzito per aver centrato l’obiettivo storico di far cacciare dall’Emilia-Romagna il principale artefice delle inchieste sulla ‘ndrangheta, il centrodestra ha molti conti da regolare: con la Dda di Bologna in generale e con Marco Mescolini e Beatrice Ronchi in particolare. Quella Beatrice Ronchi che nell’ottobre scorso, nel rito abbreviato del processo Grimilde, ha ottenuto la condanna a 20 anni di carcere per mafia non solo per Salvatore Grande Aracri, ma anche per Giuseppe Caruso, ex capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio comunale a Piacenza.

Non è forse ancora il tempo di chiedere la riabilitazione di Caruso, ma non è troppo presto per sostenere ad esempio che Giuseppe Pagliani è stato indagato senza motivo, anzi, solo per avversione politica: il trasferimento di Mescolini per incompatibilità ambientale ne sarebbe la riprova. E’ la tesi espressa due settimane fa dal coordinatore provinciale di Forza Italia Gianluca Nicolini.

Pochi giorni dopo la sua presa di posizione, le motivazioni della sentenza di assoluzione hanno smentito ancora una volta questa ricostruzione di comodo. Per la Corte d’appello di Bologna, Pagliani sapeva che alcuni dei soggetti che avevano cercato il suo appoggio erano mafiosi, ma decise comunque di fare “un temporaneo percorso comune”. L’accordo, si legge nella sentenza, era “funzionale agli interessi di entrambe le parti” e Pagliani era consapevole “che una delle parti era la ‘ndrangheta”. Più tardi, però, decise di defilarsi “da quello che aveva compreso essere un legame che poteva arrecargli più danni che vantaggi”. Questo dicono le sentenze a chi è disposto a leggerle dall’inizio alla fine. Ed è per questo che Pagliani fu indagato e rinviato a giudizio, non perché guidava il gruppo del Pdl in Provincia. Gabriele Franzini, Reggio on line

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