A Lamezia contro la ‘ndrangheta ci vorrebbe ancora un po’ di Speranza (Gianni)

Sindaco dal 2005 al 2015, ora che la città calabrese è di nuovo commissariata racconta in un libro la sua lotta alle cosche: “Per la classe politica locale è come se non fossi mai esistito”

Qualche anno fa si faceva più attenzione a queste cose: a Lamezia Terme, centro nevralgico in provincia di Catanzaro, un candidato sindaco invitava i mafiosi a non votarlo, e da tutta Italia scendevano a dargli manforte politici, intellettuali, associazioni. Chissà se oggi Gianni Speranza, primo cittadino di Lamezia dal 2005 al 2015, susciterebbe gli stessi entusiasmi. Certo è che ora in pochi si ricordano di lui, se non per l’esilarante equivoco che fa da incipit alle sue memorie (Una storia fuori dal Comune; Rubbettino, pp. 256, euro 16): ai primi di settembre 2019 il telefono ribolle improvvisamente come ai vecchi tempi. È appena diventato ministro della Salute l’omonimo Roberto: “Non è colpa mia se non sono suo cugino, e quindi non ti posso aiutare!” deve difendersi Gianni. “Ma almeno ci potresti provare!” insiste l’inviperito interlocutore. 

Il dialogo è surreale, ma in qualche modo significativo: come se a distanza di anni il solito familismo italico volesse riassorbire un’esperienza politica che di “solito” non ha avuto quasi nulla. Gianni Speranza viene eletto sindaco il 19 aprile 2005: il giorno dopo gli bruciano il portone del Consiglio comunale, tempo due settimane e gli fanno recapitare il primo proiettile sulla scrivania. Seguono dieci anni di fatica in cui l’ex sindaco confessa di non aver potuto assaporare nemmeno la solitudine del potere: “Solitudine spesso, ma alle condizioni in cui l’ho fatto io, un sindaco non ha potere”. E sì che nel nuovo millennio Speranza è stato l’unico primo cittadino di Lamezia a concludere il proprio mandato senza l’onta dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. Anche per questo ora ha scritto un libro: “Voglio che resti memoria di quegli anni, per chi ci ha provato con me e per chi tornerà a provarci in futuro”. Gianni Speranza è un uomo pacato, ma nell’Italia e nella Calabria di oggi la sua voce stride come carta vetrata.

Da dove nasce la sua militanza antimafia?
“Nel 1980 ero un giovane dirigente comunista. A Cetraro, paese del Cosentino, spararono a Giannino Losardo, amico e  compagno che vegliai fino alla morte all’ospedale di Paola. Fu un’emozione enorme, e per i funerali arrivarono a Lamezia Enrico Berlinguer e Pio La Torre: ricordo ancora il segretario che in macchina mi dice ‘durante la cerimonia fai attenzione che non stringa mani sbagliate'”.

E sempre quello il problema, le mani sbagliate?
“Se vuoi amministrare una città, l’impegno antimafia inizia in campagna elettorale: non puoi pensare di chiedere i voti senza poi dover restituire favori”.

In cosa si distingue un sindaco antimafia da un amministratore colluso?
“Quello che conta è l’approccio di fondo, ma se vuole un esempio gliene faccio uno tra i tanti: oltre all’obbligo preventivo di certificazione antimafia, i nostri appalti avevano una clausola supplementare per cui il contratto poteva essere rescisso anche in corso d’opera se la ditta fosse caduta in mani contigue alle cosche”.

Per dieci anni la mafia a Lamezia non ha toccato palla?
“È inutile fare i fenomeni, le insidie sono dietro l’angolo e la trasparenza è un duro lavoro di tutti i giorni. Poi certo, ci sono i momenti cruciali, come la costituzione in parte civile nel processo contro gli estorsori del commerciante Rocco Mangiardi. Ero accanto a lui quando in tribunale puntò per la prima volta l’indice contro il boss di ‘ndrangheta che lo taglieggiava”.

Per anni ha girato con la scorta. Come si convive con la paura?
“Ho avuto paura che la città non ce la facesse. Nei primi anni contavamo anche cinque, sei morti ammazzati al mese, oltre alle estorsioni continue e agli attentati a chi non pagava il pizzo. Poi soprattutto grazie all’azione del superprefetto Luigi De Sena lo Stato reagì, intensificò l’azione di contrasto e la situazione tornò più tranquilla”.

Finalmente si tirava il fiato…
“Per nulla, alle minacce seguirono gli attacchi di chi difendeva gli abusi edilizi e mi accusava di avere una visione elitaria e antipopolare della legalità. Ma i tentativi di delegittimazione mi hanno accompagnato fino all’ultimo giorno da sindaco: non era previsto che durassi tanto, e alla seconda campagna elettorale sul palco ero solo con un paio di ragazzi…”.

Per quanto lunga, la sua è stata solo una parentesi: nel 2017 il Consiglio comunale di Lamezia torna a essere sciolto per infiltrazioni…
“La mafia non si affronta una volta sola, per questo occorre coltivare la memoria di quello che si è fatto”.

E lei che tracce ha lasciato in città?
“Quando cammino per strada sento ancora l’affetto dei miei concittadini. Per la classe politica invece è come se non fossi mai esistito: il mio ricordo va oscurato perché ci si dimentichi delle differenze, e si torni a pensare che i politici sono tutti uguali”.

A destra come a sinistra?
“Io ho i miei ideali e me li tengo stretti, ma se neppure a sinistra si è mai levata una voce a difesa delle mie giunte è perché da trent’anni in Calabria non c’è più lotta politica: c’è solo la Regione e la lotta di chi è dentro per restarci. Chi è fuori deve sapere stare al suo posto”.

In Italia ci sono tante Regioni. Cos’ha di speciale l’istituzione calabrese?
“È l’unico ascensore sociale oltre alla mafia. Chi ha accesso ai centri occulti che ne gestiscono opere, fondi e cariche va avanti, gli altri emigrano. Abbiamo validissimi medici che sono diventati primari a Milano, Roma, anche in Sicilia, ma in Calabria non avranno mai una chance”.

In queste condizioni che fine fanno i sindaci antimafia?
“Sono soli e devono trovare appoggio nella comunità. In gioventù sono stato un dirigente comunista, ma se tornassi indietro cercherei di essere un sindaco ancora più civico e ancora più distante dai partiti”.

Ma così svapora ogni partecipazione democratica…
“È già svaporata: in Calabria alle regionali vota poco più del 40 per cento degli elettori, venti punti in meno che alle politiche. Ma nessuno ci perde il sonno”. Raffaele Oriani, il Venerdì di Repubblica

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